“Non di pane soltanto vivrà l’uomo”

Predicazione della prima domenica di Quaresima del past. Andrea Panerini

1 Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. 2 E, dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. 3 E il tentatore, avvicinatosi, gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, ordina che queste pietre diventino pani». 4 Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di pane soltanto vivrà l’uomo, ma di ogni parola che proviene dalla bocca di Dio”».
5 Allora il diavolo lo portò con sé nella città santa, lo pose sul pinnacolo del tempio, 6 e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; poiché sta scritto:
“Egli darà ordini ai suoi angeli a tuo riguardo,
ed essi ti porteranno sulle loro mani,
perché tu non urti con il piede contro una pietra”».
7 Gesù gli rispose: «È altresì scritto: “Non tentare il Signore Dio tuo”».
8 Di nuovo il diavolo lo portò con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria, dicendogli: 9 «Tutte queste cose ti darò, se tu ti prostri e mi adori». 10 Allora Gesù gli disse: «Vattene, Satana, poiché sta scritto: “Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi il culto”».
11 Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli si avvicinarono a lui e lo servivano.

Matteo 4,1-11

Cari fratelli e care sorelle,
quante volte abbiamo letto ed ascoltato questo brano, che è il brano che è stato scelto fin dalla chiesa antica come narrazione di questa domenica che è chiamata Invocavit, la prima domenica di Quaresima o del Tempo della Passione! E quante volte abbiamo in realtà pensato che questo racconto sia una suggestione letteraria, una bella figura retorica, destrutturando il testo fino ad edulcorarlo completamente: una tentazione non reale ma costruita artificialmente, un digiuno che non è un esempio da seguire ma solo il residuo di una ebraicità di Gesù che diventa fastidiosa e storicamente datata.
In questo modo non solo neghiamo la vera storicità del testo ma anche depotenziamo la Scrittura, ed è stato questo il limite di molte teologie liberali, riducendola a un catenaccio in cui l’uomo moderno può inserire quasi tutto quello che vuole fino a costruirsi un Dio a propria immagine e somiglianza, fino a vedere il Cristo che noi vogliamo vedere e non quello che è era, che è e che sarà, testimoniato dalla Scrittura e continuamente portato a noi dallo Spirito Santo. Il tentatore non esiste, Gesù ebbe le allucinazioni nel deserto! L’autore del Vangelo di Matteo vuole dire altro, scrive questo episodio, che non è storico, per uno scopo morale che non è più molto attuale… e potrei andare avanti con molte di queste interpretazioni “liberali”, “moderne”, “critiche” che in realtà non sono affatto critiche né storiche ma che ignorano sia il soggetto della narrazione (Gesù, il Cristo, il Salvatore dell’umanità) che, appunto, il fatto che Gesù fosse un uomo pienamente inserito nel suo contesto storico.
Gesù digiuna. Era normale per un ebreo farlo, anche se il lungo periodo (quaranta giorni) era piuttosto inconsueto e rimanda a particolari correnti dell’ascetismo giudaico, compreso quello di Giovanni Battista che abitava nel deserto e si cibava di cavallette e di miele selvatico. Quaranta giorni, come i giorni del diluvio, un arco di tempo considerato molto lungo e tuttavia delimitato, non indefinito.
Prima del suo ministero pubblico, Gesù sente il bisogno di stare da solo a pregare e meditare: il digiuno rientra nella pratica di penitenza e di preghiera di chi vuole porsi in ascolto di Dio e della Sua volontà. Noi evangelici, in contrapposizione alle vuote pratiche cattoliche, abbiamo giustamente criticato i digiuni ecclesiastici, comode regole di chi si astiene da alcuni cibi, come le carni, e poi si prepara succulenti piatti di pesce, fastosamente conditi, oppure di chi digiuna pensando che con questa opera possa acquisire meriti per la salvezza, ma si dimentica, uscito dalla porta di casa o del luogo di culto, del fratello, della sorella che è a stomaco vuoto, che non ha casa, che non ha nemmeno la forza di chiedere. Tutto giusto, ma spesso ci siamo rifugiati nell’opposto estremo: se il digiuno non è quello, allora è solo una figura letteraria! E in questo modo abbiamo rimosso ogni momento di meditazione, preghiera e penitenza individuale e collettiva con la facile scusa di non imitare gli altri.
Lo stesso Martin Lutero, nelle prima delle sue novantacinque tesi scrive: Il Signore e maestro nostro Gesù Cristo, dicendo «Fate penitenza», volle che tutta la vita dei fedeli fosse una penitenza. Non una penitenza a comando perché qualche prete ce la prescrive e perché un sacerdote può perdonarci al posto di Dio e condonarci parte della presunta pena ultraterrena, ma una penitenza reale che si esprime in operoso rendimento di grazie durante tutto il giorno, tutti i giorni, verso Dio che ci salva con la Sua Grazia gratuita e immeritata. Una penitenza che parte dal nostro essere imperfetti, peccatori, indegni del perdono divino e che si esplicita in positivo nella preghiera al Signore e nella laboriosità per la costruzione e la testimonianza, proiettati verso il Regno di Dio. Costruzione di una società migliore, anche se sempre imperfetta, contro ogni deriva di isolazionismo che possa dire: il mondo è perverso, noi attendiamo il ritorno del Cristo senza far nulla, senza tentare nulla o, come maggiormente si sente dire nelle nostre chiese: siamo così pochi, cosa possiamo far noi? Questo è la morte del cristianesimo, confinare Cristo solo la domenica in Chiesa e non operare fattivamente per una società migliore, più giusta. E’ l’anestesia del messaggio sconvolgente e rivoluzionario della croce di Cristo.
Il teologo metodista Stanley Hauerwas scrisse: La Chiesa non ha ma è un’etica sociale! E questa etica sociale non è altro che la testimonianza dell’Evangelo di Gesù Cristo. Una penitenza che non è un: state fermi, in attesa ma è un continuo operare per la giustizia, la pace, la salvaguardia di un Creato sempre più deturpato dall’arroganza e l’incapacità di un uomo afflitto da manie di onnipotenza. Un digiuno che, come scrive il profeta Amos, non è un legalistico susseguirsi di pratiche devozionali: Io odio, disprezzo le vostre feste, non prendo piacere nelle vostre assemblee solenni. Se mi offrite i vostri olocausti e le vostre offerte, io non le gradisco; e non tengo conto delle bestie grasse che mi offrite in sacrifici di riconoscenza. Allontana da me il rumore dei tuoi canti! Non voglio più sentire il suono delle tue cetre! Scorra piuttosto il diritto come acqua e la giustizia come un torrente perenne! (Amos 5,21-24)
La giustizia, questo torrente perenne che annulla l’arsura del deserto in cui il Tentatore mette alla prova Gesù che, sfinito e provato, come un qualsiasi essere umano, è più vulnerabile e disposto ad ascoltare le blandizie di Satana, l’Avversario di cui Egli stesso dice: Egli è stato omicida fin dal principio e non si è attenuto alla verità, perché non c’è verità in lui. Quando dice il falso, parla di quel che è suo perché è bugiardo e padre della menzogna. (Giovanni 8,44)
E delle tre tentazioni, che partono dalla fame e dalla sete fisica e si concludono con la brama del potere supremo purché sia adorato l’idolo di questo mondo, la più temibile e attuale è proprio l’ultima. Che cosa è, in fin dei conti, la tentazione e l’opera del Tentatore se non un solleticare la mania di onnipotenza dell’uomo, il pensiero che si possa fare a meno di Dio per le magnifiche e progressive sorti dell’umanità? Nel libro della Genesi il serpente risponde alle obiezioni di Eva che non vorrebbe mangiare il frutto dell’albero: Dio sa che nel giorno che ne mangerete, i vostri occhi si apriranno e sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male. (Genesi 3,5)
Ecco qual’è la tentazione che si ripropone nella storia umana: il volersi sostituire a Dio, il voler decidere autonomamente cosa è giusto e cosa è sbagliato senza ascoltare la voce di Chi ci ha creato e amato fin dal grembo di nostra madre e di Chi ha inviato il suo unico Figlio per la nostra salvezza.
Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi il culto risponde Gesù chiudendo vittoriosamente il match con Satana e rigettando ogni idolatria di questo mondo. Un mondo che noi dobbiamo amare, rispettare, in cui dobbiamo operare nella consapevolezza che siamo nel mondo ma del mondo e che potremmo esserne respinti: quando la Chiesa si conforma troppo alla realtà che la circonda senza essere più fonte di scandalo è il momento di ragionare se essa non si sia appiattita sulle tentazioni del mondo.
Non è forse vero, e ce lo testimonia la nostra vita di tutti i giorni, che le nostre maggiori preoccupazioni sono altre rispetto a Dio? Devo fare la spesa, devo lavare i panni, devo correre a lavorare, il lavoro è la cosa principale, è un fine e non un mezzo per vivere e per testimoniare la mia fede. Devo apparire bello/a, devo provare piacere ad ogni costo, devo apparire come gli altri si aspettano che io appaia… potrei continuare a lungo. La coscienza di ognuno/a di noi ci potrebbe accusare a lungo! E tuttavia, in questo racconto, Dio vuole comunicarci la Sua luce e una speranza: la speranza di riuscire, imperfettamente, a resistere a tutte queste tentazioni, o quantomeno a relativizzarle per concentrarci sull’unico nostro bene: Dio che si è manifestato per noi in Cristo Gesù. Se noi non abbiamo fiducia in Lui, come spesso succede, ecco il Tentatore che insidia la nostra fede, la nostra speranza, che mina la nostra autostima o la gonfia a dismisura, che ci fa ritenere o troppo deboli o talmente forti da farci illudere.
Signore, dacci la forza di resistere il più possibile alle tentazioni che derivano dall’essere lontani da te. Fai in modo che la nostra vita sia una penitenza gioiosa al tuo servizio e a quello dei nostri fratelli e delle nostre sorelle. Fai in modo che il nostro digiuno sia l’autentico ascolto della Tua Parola e della Tua volontà. Amen.

Andrea Panerini

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